Libertà ed astrazione. Spiritualità, pittura e rivoluzione

di Marco Cioffi

Verde sangue
“Verde sangue” – Marco Cioffi

“Ogni opera d’arte è figlia del suo tempo, e spesso è madre dei nostri sentimenti”. Con queste parole Kandinsky nel 1912 apre il suo libro “Lo spirituale nell’arte”, un’opera meravigliosa difficilmente classificabile, ma che probabilmente si può riassumere brevemente con una definizione da lui proposta, per spiegare l’effetto del colore sulla mente: “In generale il colore è un mezzo per influenzare direttamente l’anima. Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’anima è un pianoforte con molte corde”.

L’intero libro torna spesso sul concetto fondamentale di “Principio della necessità interiore”, ovvero che l’armonia dei colori è in realtà fondata solo sulla capacità di far stabilire un efficace contatto con l’anima. Infatti Kandinsky, riferendosi alla definizione sopra citata, specifica che “L’artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, fa vibrare l’anima.” Nel suo fastoso trattato, Kandinsky afferma inoltre che “Non c’è nessun «dovere» in arte. L’arte è eternamente libera. Fugge il «dovere» come il giorno la notte” e consiglia di mettersi di fronte ad un’opera d’arte e lasciarsi attraversare, lasciandosi coinvolgere, per sentirne l’effetto astratto, nell’immediato. In Europa, anticipando quasi profeticamente ciò che avverrà più avanti con il movimento astrattista newyorchese, Kandinsky scrive: “Col tempo impareremo ad esprimerci con mezzi puramente artistici, e allora non dovremo più chiedere in prestito quelle forme esteriori che oggi servono ad attenuare o ad arricchire il valore interno della forma e del colore”. Senza dubbio il testo è ricco di innumerevoli riflessioni profonde, ma una perla rivoluzionaria scorre tra le sue parole quando, a proposito del rapporto tra spettatore e quadro, egli afferma: “La nostra epoca, materialista nella vita e quindi nell’arte, ha prodotto uno spettatore (e specialmente un «amatore») che non sa porsi semplicemente di fronte a un quadro, e nel quadro cerca tutto il possibile (l’imitazione della natura, la natura espressa dalla psicologia dell’artista – e dunque la psicologia – l’atmosfera immediata, la «pittura», l’anatomia, la prospettiva, l’atmosfera esteriore), ma non cerca la vita interiore, non lascia che il quadro agisca su di lui”. Kandinsky sostiene che una vera opera d’arte nasce dall’artista con modalità enigmatiche, con modi che lui definisce misteriosi, addirittura mistici. L’opera, distaccandosi dal suo “creatore” diviene un soggetto indipendente, con un suo respiro, una sua vita spirituale. Anche Goethe caldeggia qualcosa di simile, asserendo che: “L’artista vuole parlare al mondo creando una totalità. Ma questa totalità non è nella natura. È il frutto del suo spirito, o se si vuole, di un’ispirazione divina”. Kandinsky inoltre ci accompagna per mano, svelandoci il processo di creazione, dichiarando che: “Ogni opera d’arte nasce come nasce il cosmo: attraverso catastrofi che dal fragore del caotico degli strumenti formano una sinfonia, che chiamiamo armonia delle sfere. La creazione di un’opera d’arte è la creazione di un mondo”. Leggendolo, è chiaro come l’arte fosse per lui una rivoluzione spirituale, un’esperienza cosmica, realtà fenomenica che nel mondo materiale di quel tempo è andata orientandosi ad influenzare la storia dell’arte. Apollinaire, poeta e critico d’arte, scrisse: “Ci si incammina verso un’arte completamente nuova”, ed ascoltando le sagge convinzioni di Kandinsky secondo cui l’arte è una creazione della storia, quasi ci sembrano riecheggiare le parole di Malevič quando afferma: “Ora l’arte è arrivata a se stessa”.

Intanto oltreoceano, qualche decennio dopo, era in atto “una tale rivoluzione che ogni legame con il passato parve tranciato di netto”. Queste furono le parole usate dal critico Irving Sandler per definire l’espressionismo astratto, quando intorno al 1950 in America alcuni artisti (Pollock, Kline, Motherwell, Rothko, Newmann, ecc) riuscirono a liberarsi di ogni traccia di figurazione in pittura. In quegli anni infatti, era in atto una rivoluzione concettuale assoluta, “la via di un rinnovamento utopico” come l’ha definita il filosofo John Zerzan. Secondo il giudizio della critica d’arte Kim Levin: “Nel corso degli anni Cinquanta, gli artisti newyorchesi furono autori di alcuni tra i più difficili – e violenti – dipinti nella storia dell’arte…”. Utopia, libertà e nuovi processi creativi s’intrecciarono quindi, lasciando il segno. Rothko, a proposito del suo procedimento creativo scrisse: “Penso ai miei dipinti come a opere teatrali: le forme che appaiono sono gli attori sul palcoscenico. Nascono dalla esigenza di trovare un gruppo di interpreti in grado di muoversi sulla scena senza imbarazzo e di compiere gesti teatrali senza vergogna. Non è possibile prevedere né descrivere in anticipo quale sarà l’azione o chi saranno gli attori. Tutto ha inizio come in un’avventura sconosciuta, in un mondo mai veduto prima. È solo nel momento del compimento di questa avventura che ci rendiamo conto, come per un’illuminazione improvvisa, che ciò che si è concretizzato sulla scena è proprio quello che deve concretizzarsi. Tutti i programmi, tutti i concetti che avevamo all’inizio erano solo una via di uscita che ci ha permesso di abbandonare il mondo da cui questi stessi concetti hanno avuto origine”. Molti di loro erano uniti da radicalità teorica e pratica, avendo intessuto solidamente consapevolezza artistica e coscienza politica, dichiarandosi antinazionalisti, antiautoritaristi e filoanarchici. Li accomunava la necessità di liberarsi dalle regole, dall’ordine, dai valori e dalle tradizioni. A tal proposito nel 1959 il pittore Sam Francis dichiarò: “Vogliamo realizzare qualcosa che saturi la vista e che non possa essere sfruttato per far apparire tollerabile questa vita”. Il critico d’arte Frank O’Hara scrisse del loro lavoro: “In una condizione di lucidità spirituale non vi sono segreti. Lo sforzo necessario a raggiungere una tale condizione è colossale ed estenuante”. Un aneddoto di Rothko, sottolinea chiaramente l’importanza fondante del percorso di trasformazione personale per gli artisti di questa corrente, quando nel 1961 un giornalista chiese al pittore quanto tempo avesse impiegato per dipingere una tela di grosse dimensioni, Rothko rispose: “Ho 57 anni e mi ci è voluto tutto quel tempo per dipingere questo quadro”. Costoro erano gli “Irascibili”, definiti così in seguito ad un celebre episodio di protesta nei confronti del Metropolitan Museum of Art, alla loro “guida” c’era il carismatico Pollock. Questo gruppo avanguardista ebbe il merito indiscusso di riuscire a re-interpretare la tela, facendola diventare un vero e proprio spazio per la libertà di pensiero e di azione dell’individuo. Nacque così, quella che fu definita “la Scuola di New York”. Furono davvero un fenomeno unico, che delineò l’America del dopoguerra e che impressionò fino a condizionare, con trascinante forza, l’Arte Moderna di tutto il mondo. 

Sul lavoro di Pollock, il critico d’arte Micheal Fried riconobbe che egli riuscì a “liberare la linea dalla funzione di rappresentare gli oggetti del mondo, ma anche dal compito di descrivere e delimitare le figure”. Infatti Pollock, secondo Zerzan “si spinse del tutto oltre il simbolo, la forma e la figura, sfruttando la linea come traiettoria piuttosto che come un dispositivo di delineazione della forma”. L’artista Allan Kaprow lo descrisse invece, come “l’incarnazione della nostra aspirazione a una liberazione totale e di un desiderio segretamente coltivato di mandare all’aria il vecchiume e lo champagne sgasato delle tavole ben apparecchiate”. Il critico d’arte Donald Kuspit, a proposito della mente di Pollock ha dichiarato: “mentalità apocalittica, di un contratto sociale con un mondo futuro e, allo stesso tempo, con un mondo in rovina”. Nelle opere di Pollock è visibile un ritmo naturale che si richiama al suo interesse per la natura, e in esse si evince una dimensione universale, addirittura secondo Zerzan “evocano la totalità proprio in quanto nulla vi è rappresentato”. Altre riflessioni piuttosto rivoluzionarie ci arrivano da Rothko, quando dichiara che: “L’identità consueta delle cose deve essere polverizzata al fine di distruggere l’insieme finito di associazioni nelle quali la nostra società è sempre più pronta ad avviluppare ogni aspetto del nostro ambiente”.

Newman, anch’egli anarchico, era influenzato dalle idee di Kropotkin sull’autonomia dell’arte e sul mutualismo della spontaneità; fu un primitivista utopico, era per la cooperazione volontaria, contro antagonismi e repressione, per un ritorno alle antiche forme comunitarie della società umana. Nel 1950 durante una sua mostra, come risposta alla domanda sul significato che la sua arte potesse avere per il mondo, Newmann indicò una sua tela e disse:

“Vedete: quel quadro, se letto nel modo giusto, significa la fine del sistema capitalista!”.

Bibliografia

Hofmann – I fondamenti dell’arte moderna – Donzelli Editore

Kandinsky – Lo spirituale nell’arte – SE

Kandinsky – Tutti gli scritti. Vol.I /Vol.II – Feltrinelli

Newman – Il sublime, adesso – Abscondita

O’Hara – Jason Pollock – Abscondita

Pollock – Lettere, riflessioni,testimonianze – SE

Pollock e gli irascibili. La Scuola di New York. Catalogo della mostra – 24 Ore Cultura

Rothko – Scritti – Abscondita

Wind – Arte e anarchia – Adelphi

Zerzan – Senza via di scampo? Riflessioni sulla fine del mondo – Arcana

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...