Astrattismo: la dimensione utopica dell’arte

di Marco Cioffi

Noi restiamo
“Noi restiamo” – Marco Cioffi

Nella “Teoria estetica” di Theodor W. Adorno si distinguono: arte tradizionale, arte d’avanguardia ed arte moderna. Prendiamo in analisi quest’ultima, nello specifico quando a partire dal primo decennio del secolo scorso, alcuni artisti rivoluzionano il concetto di espressionismo, creando un’arte informale, astratta. Per astratta intendiamo un’arte ottenuta per astrazione, e quindi priva di corrispondenza con la realtà oggettiva e con i dati dell’esperienza sensibile. Nella riflessione estetica di Adorno, si sviluppa un’osservazione sulla relazione oggetto-soggetto, dove lui rintraccia la “distanza polemica” esistente tra il soggetto artistico e il suo oggetto, ovvero la realtà esistente. Nella vocazione dell’arte astratta c’è il riconciliare, se pur in modo trasfigurato, l’opera con la realtà sociale, caratteristica che Adorno definì “funzione critica”, che permetterebbe all’arte di essere “conoscenza negativa” del reale. Già nella “Dialettica dell’Illuminismo” del 1947 Horkheimer e Adorno affrontano questo tema, nello specifico chiedendosi cosa avverrà alle arti e alla cultura nella società moderna. Adorno comprese che era necessario abbandonare la forma realistica tradizionale, poiché un’opera che esplica una mera riproduzione del reale non può essere in grado di testimoniare cosa sta accadendo in questa stessa realtà fattuale. L’astrattismo è quindi una rottura con il passato, con i modelli naturali. E’ il rifiuto di prendere riferimenti dalla realtà esterna, l’interruzione della rappresentazione del mondo esteriore. Non a caso, Kandinsky, a proposito della sua ricerca pittorica parlava di “necessità interiore”, dove l’opera d’arte diventa infatti soggetto. Nell’astrattismo, la dimensione creativa non elimina però l’oggetto, ma l’idea che questo sia visibile, esterno. Secondo Jean Dubuffet: “L’arte deve nascere dalla materia e dal mezzo, e dalla lotta di questo con la materia. Non solo l’uomo deve parlare ma anche il mezzo e la materia”. Nel nostro essere e nel nostro sperimentare c’è una dimensione possibile, una realtà altra da quella visibile, questa diventa l’oggetto, l’espressione testimoniabile. Mondrian dichiarava: “Non voglio quadri. Voglio soltanto scoprire le cose”. Per lui l’astrazione era necessaria per sottoporre le apparenze del mondo fenomenico ad un procedimento di semplificazione, come mezzo per manifestare una realtà assoluta.  Malevič, tra i pittori, è quello che ha ideato le più acute proposte espressive, arrivando a formulare riflessioni rivoluzionarie in merito all’astrattismo. Giuseppe Di Giacomo scrive di lui: “Per Malevič, infatti, se l’arte deve essere in grado di manifestare il “pittorico”, quest’ultimo, in quanto essenza dell’arte, va però inteso non già come dimensione intelligibile, come qualcosa cioè di logicamente definibile, bensì come il ritrarsi dall‘opera nell‘opera, giacché si tratta di qualcosa che si affida non al visibile, e quindi al logos, ma piuttosto al sentire, e dunque al phatos”. Lo stesso Malevič dichiarò: “la sensazione della liberazione non oggettiva mi ha trascinato nel “deserto” dove la sola realtà esistente è la sensazione… In tal modo la sensazione definisce la sostanza della mia vita”.

Una pittura questa, che si sottrae alla rappresentazione, che non si riferisce alle cose nella loro oggettività, ma si delinea e si scopre definendosi nella realtà non oggettiva che è lo sfondo, il tessuto nel quale si muove l’esistente. Kandinsky, nel saggio “Lo spirituale nell’arte”, ci svela che ciò che gli interessa esprimere non è ciò che dipinge, ma ciò che il dipinto emana, ciò che arriva a chi lo osserva. Nella sua ricerca, attraverso la sua pittura, l’oggetto è la “necessità interiore”, non l’oggetto materiale. Liberare l’oggetto dai legami con la realtà circostante, non liberarsi dell’oggetto, questa è l’essenzialità astrattiva di Kandinsky, dove l’arte resti creazione e non più riproduzione. Nella creazione astratta, l’informalità del tema avviene ad esempio rompendo gli equilibri formali. Sulla tela, lo sconvolgimento della realtà è un processo, una disciolta tensione verso la libertà. Trasformare le inquietudini, i desideri, i piaceri e l’estasi proiettandoli, decomponendoli, nello spazio rappresentativo della tela, ma superando la rappresentazione stessa, con una ricercata regressione dall’oggetto, per un processo di pura esistenza creativa. Hans Hartung dichiarò: “Spesso nel quadro rimane anche una traccia delle cose reali, anche se non si riconosce. Essa si manifesta attraverso la forza e la rapidità, il rigore o la duttilità del tratto. La nostra psiche è satura di ricordi di sensazioni, di esperienze”. Karel Appel ha però forse espresso più chiaramente questo concetto quando ha detto che: “Dipingere è distruggere ciò che è stato. Non ho mai cercato di fare un quadro, ma un brano di vita”. L’astrattismo, come svolta necessaria dunque. In quest’ottica, l’affermazione di Klee può suonare quasi come un ammonimento, quando egli dichiara: “quanto più spaventoso diviene questo mondo (com’è appunto oggi) tanto più astratta si fa l’arte”. Senza dubbio questa, oltre ad essere una previsione inquietante è invero un’attenta riflessione su di un processo storico dell’arte. Siamo chiaramente in una diversa concezione della pittura, dove si mette in discussione la prospettiva lineare del paradigma “soggetto-oggetto”, per una coscienza autoreferenziale del suo “essere soggetto”. Beckett a tal proposito scrive: “Sembra assurdo parlare, come faceva Kandinsky, di una pittura liberata dall’oggetto. La pittura si è liberata dall’illusione che esista più di un oggetto di rappresentazione, forse anche dell’illusione che questo unico oggetto si lasci rappresentare”. Sempre Beckett si domanda: “Perché che cosa resta di rappresentabile se l’essenza dell’oggetto consiste nel sottrarsi alla rappresentazione?” e prosegue “non c’è nulla da esprimere, nulla con cui esprimere, nulla da cui esprimere, nessun potere di esprimere, nessun desiderio di esprimere, insieme con l’obbligo di esprimere”. Parallelamente il poeta Paul Valéry, nel suo trattato “La creazione Artistica” arriva a riflessioni molto simili, in merito allo sviluppo dell’atto creativo. Nel 1938, a Parigi, durante un discorso presentato ad un congresso internazionale di estetica e arte, dichiara: “Da una parte, la materia, gli strumenti, il momento stesso, e una marea di avvenimenti (i quali caratterizzano il reale, almeno per il non filosofo) introducono nella fabbricazione dell’opera una quantità di condizioni che, non solamente, portano all’imprevisto e all’indeterminato nel dramma della creazione, ma ancora concorrono a renderlo razionalmente inconcepibile, poiché esse lo coinvolgono nel dominio delle cose, dove si fa cosa; e da pensabile, diventa sensibile.”

L’astrattismo diviene ed è dunque una dimensione utopica dell’arte, dove il pensiero e la pittura si fondono nella liberazione dalla forma e dall’oggetto. L’uomo liberato dalla dimensione figurativa si alleggerisce ritrovandosi nel processo creativo, dove la tela diviene lo spazio sensibile, il luogo per la rivelazione dell’Essere, dove si può raggiungere la dimensione concreta. Non più dominare la natura rappresentandola, ma essere natura. Malevič stesso dichiarò che l’uomo è natura, per cui non si può avere l’obbiettivo di dominarla.

Bibliografia

  • Adorno – Teoria Estetica – Einaudi
  • Adorno, Horkheimer – Dialettica dell’Illuminismo – Einaudi
  • Arte Contemporanea Anni Cinquanta – Electa
  • Beckett – Disiecta. Scritti sparsi e un frammento drammatico – Egea
  • Di Giacomo – Malevič. Pittura e filosofia dall’Astrattismo al Minimalismo – Carocci
  • Malevič – Lettere a Matjušin – Abscondita
  • Mondrian – Il neoplasticismo in pittura – Feltrinelli
  • Kandinsky – Lo spirituale nell’arte – Se
  • Klee – Confessione creatrice e altri scritti – Abscondita
  • Valéry – La creazione Artistica – Morcelliana

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