“The opportunity cost of animal based diets”. Una lettura politica.

di Danilo Gatto

foto di Gloria Concutelli

 

È ben nota la relazione problematica tra animalismo e politica. L’idea per cui “agli animali non interessa la politica”, per cui questa non sarebbe altro che “un secondo fine” nascosto dietro la patina altruistica che riveste l’attivismo per la liberazione animale è ancora assai diffusa all’interno del variegato universo di lotta per i diritti animali. Quest’idea, però, rivela un fraintendimento grossolano del concetto di politica, un concetto che la identifica esclusivamente come “politica dei partiti”, come discussioni in parlamento a suon di decreti legislativi, come caos elettorale, propaganda e quant’altro.

Politica, e dovrebbe essere inutile precisarlo ancora, è molto altro.

Politica è un tentativo costante di lettura, il più possibile oggettiva, dei rapporti di potere vigenti in una data società. Politica è un amalgama confuso e battagliero che sopravvive fuori dai parlamenti. Politica è la quotidianità di relazioni che necessitano continuamente di una ridefinizione. Politica è la diffusione di approcci analitici rivolti all’interpretazione del reale.

Proprio quest’ultimo significato rivendica la propria necessità quando a salire sul palco è l’ennesimo, fondamentale studio sull’impatto disastroso che ha la produzione di carne, stavolta in termini di risorse impiegate. Si parla del documento pubblicato da PNAS, giornale scientifico statunitense tra i più autorevoli sulla scena, intitolato “The opportunity cost of animal based diets exceeds all food losses”[1].

Questo studio mette in luce come la produzione di cibo animale consumi, soltanto negli Stati Uniti, una quantità spropositata di risorse vegetali, risorse che, qualora fossero destinate direttamente al consumo umano piuttosto che utilizzate come foraggio per gli animali da reddito,  arriverebbero a sfamare circa 350 milioni di persone in più, addirittura più della totalità della popolazione statunitense che, nel 2017, contava circa 325 milioni di abitanti. E questo attraverso un’alimentazione vegetale ben bilanciata, in grado di fornire valori nutrizionali equivalenti a quelli di una dieta a base di cibi animali. Nel testo si legge: “In questo articolo mostriamo che le sostituzioni a base vegetale per ciascuna delle principali categorie di cibo animale prodotto negli Stati Uniti (manzo, maiale, latticini, pollame e uova) possono produrre da due a venti volte più cibo, equivalente da un punto di vista nutrizionale, per unità di terra.”

Alla base di questo studio sta una ridefinizione del concetto di “perdita alimentare”: se esso può benissimo riferirsi alle perdite di cibo che avvengono costantemente lungo la catena di approvvigionamento e distribuzione, perdite che si attesterebbero attorno al 30% o 40% del cibo animale e vegetale prodotto, altrettanto bene può essere inteso come la pratica di “consumare alimenti che richiedono una gran quantità di risorse anziché adottare alternative più efficienti e ugualmente nutrienti”. Ecco, quindi, che se i meccanismi di approvvigionamento e distribuzione sono la causa della perdita di circa un terzo del cibo totale, “l’entità delle perdite per i prodotti derivanti da manzo, maiale, latticini, pollame e uova è, rispettivamente, del 96%, 90%, 75%, 50% e 40%” e questo a causa del fatto che “la produzione di un grammo di proteine (o calorie) da fonti animali richiede circa un ordine di grandezza di risorse ed emissioni in più rispetto alla produzione di un grammo di proteine da fonti vegetali.” La pubblicazione di questi dati palesa l’irragionevolezza di processi confutabili attraverso una logica elementare.

Ma perché aprire il presente testo parlando della relazione tra animalismo e politica quando ad esserne oggetto è uno studio sul consumo di risorse?

Perché è molto probabile che la notizia dell’impiego scellerato di risorse che, se non utilizzate per la produzione di carne, una volta redistribuite, potrebbero contribuire a risolvere il tragico fenomeno della fame nel mondo, faccia cantar vittoria a una fetta consistente del mondo animalista che vedrebbe confermata la tesi per cui la dieta vegana si presenta come il rimedio di tutti i mali. È bene sottolineare come, in realtà, una simile esultanza peccherebbe di superficialità.

Se esiste un tratto evidente dell’odierno modello economico-politico è proprio la concentrazione e non la redistribuzione. Soltanto nel 2017, l’82% dell’incremento della ricchezza globale è finito nelle mani dell’1% più ricco della popolazione mentre alla metà più povera (circa 3,7 miliardi di persone) è andato lo 0%[2]. In estrema sintesi, l’1% della popolazione mondiale detiene circa la metà (140mila miliardi di dollari) della ricchezza prodotta[3]. In riferimento al nostro paese, il 20% più ricco ha in mano il 66% della ricchezza nazionale e un altro 20% benestante ha il 18,8%; questo mentre circa il restante 60% deve spartirsi il 14,8% della ricchezza[4].

Alla luce di questo, sorge spontaneo chiedersi come il semplice cambio di funzione di ingenti quantità di risorse vegetali, da foraggio per animali da reddito a cibo destinato al consumo umano, possa intaccare la solidità di meccanismi finalizzati ad accrescere, sempre più, quelle enormi ricchezze concentrate in pochissime mani.

Lo stesso PNAS, nel suo studio, rivela come circa un terzo del cibo prodotto negli Stati Uniti si perda e deteriori nel corso delle catene di approvvigionamento, un dato, questo, tranquillamente trasferibile sul piano globale in cui, in media, le perdite alimentari si attestano attorno alla stessa cifra. Ora, stando ai recenti dati della FAO, circa 815 milioni di persone nel mondo soffrono la fame[5]. Sottraendo questa cifra alla totalità della popolazione mondiale si ottiene che circa 6,7 miliardi di persone sono nutrite attraverso il modello produttivo vigente e nonostante l’esistenza delle perdite e degli sprechi che avvengono durante la distribuzione. Se queste perdite, come detto, si aggirano attorno al 30%, ciò sta a significare come con il 70% del cibo prodotto a livello globale si riesca a sfamare, ad oggi, circa il 90% della popolazione mondiale (sorvoliamo, qui, sulla diversa qualità e quantità di cibo consumato a seconda della zona geografica di provenienza, fenomeno che indica un’ulteriore diseguaglianza nell’accesso alle risorse). È quindi facile trarre la conclusione per cui quelle 815 milioni di persone sottonutrite, corrispondenti a circa il 10.7% della popolazione mondiale, potrebbero essere sfamate semplicemente attraverso un processo di razionalizzazione del sistema distributivo, un processo in grado di recuperare quel 30% di cibo perso nel corso delle catene di approvvigionamento e redistribuirlo in modo da assicurare una dieta adeguata a ogni individuo, senza la necessità di un cambio globale di alimentazione in senso vegetale. In sostanza, la quantità di cibo prodotto a livello globale sarebbe già oggi adeguata al nutrimento di tutti i 7,6 miliardi di esseri umani che popolano il pianeta; anzi, in una prospettiva futura in cui la popolazione è destinata a crescere ulteriormente (si parla di 9,8 miliardi nel 2050[6]), l’attuale produzione sarebbe in grado di sfamare la quasi totalità degli abitanti umani della Terra da qui a trent’anni[7].

Per quale motivo, però, nonostante questo, 815 milioni di persone soffrono ancora la fame?

Le motivazioni vanno cercate all’interno degli stessi meccanismi dell’attuale modello produttivo ovvero il modo di produzione capitalistico. Esso, come detto, non è volto alla redistribuzione della ricchezza prodotta ma alla sua concentrazione in monopoli sempre più invadenti. Se precedentemente, parlando della possibilità di recupero di quel 30% di perdite in vista del soddisfacimento del bisogno alimentare del 10% della popolazione mondiale sottonutrita, si è parlato di “razionalizzazione del sistema distributivo”, alla luce dei meccanismi intrinseci al modello produttivo diventa chiaro come razionalizzare interi apparati di distribuzione delle merci significhi, necessariamente, un grande investimento in fatto di assunzione di lavoratori e lavoratrici e di acquisto di macchinari sempre più sofisticati che facciano tendere a zero le perdite nel corso delle catene di approvvigionamento e distribuzione. Ciò, però, sarebbe in netta contraddizione con le leggi che regolano la produzione capitalistica, le quali prevedono un costante e studiato abbattimento dei costi produttivi, in particolare di quello che Marx chiamava “capitale variabile” ossia la quantità di forza lavorativa impiegata[8], con l’obbiettivo di massimizzare i profitti di chi detiene e gestisce una particolare attività (fabbrica, marchio, ecc…). Un investimento simile potrebbe avvenire soltanto in periodi di mercato estremamente redditizio, periodi che starebbero alla base di un ulteriore incremento della produzione e, a causa della natura altalenante del regime economico che le corrisponde, di nuove e future crisi finanziarie globali.

Ecco, quindi, che un discorso realistico sulle soluzioni riguardanti il fenomeno della fame nel mondo non può prendere in considerazione esclusivamente la quantità di risorse disponibili anche perché, questa, non è che il riflesso dello stato momentaneo dello sviluppo delle forze produttive ovvero della capacità che ha una società di soddisfare i propri bisogni. A ciò va accompagnata una riflessione politica che indaghi gli effettivi rapporti di potere economici e politici e le motivazioni per cui, malgrado un modello industriale altamente efficiente seppur distruttivo dal punto di vista ecologico, le risorse disponibili non sono equamente distribuite.

Tornando all’animalismo, è più che mai urgente che simili riflessioni si diffondano all’interno dell’orizzonte della lotta per la liberazione animale, laddove “animale” non è soltanto l’individuo non umano schiavizzato e torturato nell’allevamento o nello stabulario ma una vera e propria condizione di sottomissione che trascende l’appartenenza di specie, per quanto, comunque, una tale sottomissione si manifesti in maniera variabile. L’analisi radicale del sistema capitalistico presuppone l’analisi dei rapporti che l’essere umano intrattiene con se stesso e col resto del mondo vivente e, di conseguenza, con quella comune “condizione animale” che, se oggi è il presupposto dello sfruttamento, domani potrebbe essere la scintilla di una rivoluzione.

 

[1] Lo studio è consultabile in lingua inglese al seguente indirizzo: http://www.pnas.org/content/early/2018/03/20/1713820115

[2] Cfr. https://www.oxfamitalia.org/la-grande-disuguaglianza/

[3] Cfr. http://www.repubblica.it/economia/finanza/2017/11/14/news/milionari_ricchezza_credit_suisse-181091707/

[4] Cfr. http://www.affaritaliani.it/politica/palazzo-potere/elezioni-2018-in-italia-il-5-dei-paperoni-possiede-il-40-della-ricchezza-520559.html

[5] Cfr. http://www.fao.org/news/story/it/item/1038439/icode/

[6] Cfr. http://asvis.it/home/46-1980/lonu-aumenta-le-sue-stime-per-la-popolazione-mondiale-98-miliardi-nel-2050

[7] Il risultato finale dei calcoli riportati precedentemente mostra come la produzione attuale possa soddisfare il fabbisogno alimentare di circa 10 miliardi di persone. Cfr.  http://serenoregis.org/2012/06/28/si-produce-cibo-sufficiente-per-una-popolazione-di-10-miliardi-di-persone-e-ciononostante-non-si-e-in-grado-di-eliminare-la-fame-eric-holt-gimenez/#

[8] Per una definizione più precisa di “capitale variabile” e della differenza con il “capitale costante” cfr. Karl Marx, Il capitale, Newton Compton Editori, Roma, 1970, pp. 240-254

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